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IO NON CI ANDREI, NON E' L'OLIMPICO...


EDITORIALE | 29-09-2009 - ore 14:33

PAOLO FRANCHI 

Sul fatto che una società di calcio, per avere un futuro, debba essere proprietaria del suo stadio, mi consento di avere qualche dubbio, ma posso anche convenire. E sono abbastanza avanti negli anni per non sapere del mio, senza scandalizzarmene troppo, che non è solo di pallone, di erbetta bella e di tifosi appassionati che, in simili circostanze, si parla, ma anche, e soprattutto, di interessi forti,  e non tutti propriamente commendevoli. Il fatto è, però, che non è di questo che voglio scrivere; e che non voglio nemmeno pormi e porre la più ovvia delle domande, e cioè come potrebbe fare a tirarlo su, seppure in concorso con altri e più importanti imprenditori, una proprietà come quella attuale della Roma.

Qui vorrei sollevare, visto che mi è consentito, un caso personale, il mio. Nella convinzione, o, se preferite, nella presunzione, che sia un po’ meno personale di quanto sembri a prima vista. Ho sessant’anni, da venti almeno mi onoro di disertare la tribuna stampa, da cui pure ho seguito attimo per attimo lo scudetto di Liedholm, e, salvo qualche rarissima eccezione, la tribuna d’onore. Vado in tribuna Tevere, per l’esattezza quella laterale sinistra, settore B, fila 32, con Lucio Caracciolo e i rispettivi figli Giulia e Giuliano che anche qui, in un’affettuosa comunità di abbonate e di abbonati di cui si sentono parte, hanno avuto modo e tempo di farsi prima grandicelli, poi grandi. Inutile dirlo: ogni estate che dio manda in terra paghiamo le nostre tessere, anzi, per essere più precisi, ci sottoponiamo ai duri riti (file nella calura, sistemi elettronici vacillanti, cartaceo che scarseggia) cui l’As Roma sottopone i suoi sostenitori, come forse è giusto che sia, prima di consegnare loro l’agognato documento.
Immagino (immaginiamo) che altrove siano sperimentati sistemi meno feroci, ma non protesto (non protestiamo) più di tanto. Perché per questo e per altri consimili sacrifici è prevista una ricompensa, e che ricompensa. Arriva infatti finalmente una domenica agostana in cui, parcheggiato il motorino, acquistato un caffè Borghetti da qualche eroico spacciatore napoletano che è riuscito a non farselo sequestrare, varcato il ponte duca d’Aosta, si raggiunge l’obelisco, quello del duce, dove, da una vita, ci diamo convegno. Cento metri, o poco più, e, superata la palla, siamo ai cancelli. Di qui, una volta appurato, con la severità del caso, che non abbiamo con noi, dio ne guardi, né ombrelli né bottigliette di acqua minerale né succhi di frutta in confezione brick, di quelli, per capirci, che vengono prontamente sequestrati ai ragazzini, si schiude la via che porta ai nostri posti. Un attimo appena, e ci si schiude di fronte l’Olimpico.

Chi le partite le vede in pay tv, capisco, si starà chiedendo se sono matto o, più semplicemente, scemo. E probabilmente ha ragione, può darsi benissimo che il calcio del futuro (sempre ammesso che questo futuro ci sia) sarà il loro, e quelli (sempre meno) che allo stadio ci vanno, i pischelli e le pischelle delle curve così come la nostra piccola comunità di abbonati della tribuna laterale B, dovranno rassegnarsi a fungere, nel migliore dei casi, da coreografia, e da coreografia politicamente corretta, un po’ come il pubblico nei talk show televisivi. Può darsi. Ma anche in questo caso non avrei (non avremmo) alcuna voglia di mettermi a battere le mani, tutto contento. Non foss’altro perché alla mia età si ha il diritto, e forse persino il dovere, di essere un po’conservatori.  Se il calcio del futuro deve essere quello, beh, mi sento serenamente di dire che il calcio del futuro non mi piace.
All’Olimpico io vado da quasi cinquant’anni, la prima volta mi ci portò papà, campionato ’60-’61, perdemmo pure, uno a tre con la Fiorentina: l’emozione che provai, salite le scale, nel vedere prima la folla, poi il prato, poi ancora la madonnina di Montemario che ci guardava dall’alto, ce l’ho ancora dentro, è un pezzo della mia vita, e sono felicissimo di averla trasmessa, e senza mettermi a imbonirla, a mia figlia, che volle venire tanti anni fa con me a vedere un Roma-Parma (due a zero) in età mazzoniana, e provò qualcosa di simile. Per me la Roma è l’Olimpico, quei riti domenicali, quel fiume, quel monte. quella gente, quelle scalinate. Che si tratti di uno stadio fantastico ce lo hanno ricordato (ma in fondo non ce n’era bisogno) i giocatori del Barcellona e dello United, sostenendo che tutte le finali di Champions andrebbero giocate qui. E se a questo mondo ci fosse un po’ di giustizia (ma, come è noto, giustizia non ce n’è) Roma e Lazio farebbero bene a sentirsi onorate di poterci giocare, e battersi per averlo in proprietà. Lo so, lo so, che la partita non si vede bene e magari dalle curve non si vede proprio. Ma, per vederla meglio, bisogna abbandonare un luogo del cuore e farsi deportare in qualche posto allo sprofondo?  Possibile che non ci sia un modo per ristrutturarlo?
Conosco almeno una delle obiezioni. Negli stadi nuovi, o attorno agli stadi nuovi, sorgeranno centri commerciali, cinema, ristoranti, pub, palestre e, perché no, kinderheim e pensionati(a ore) per anziani. Insomma, nasceranno delle città dei romanisti (e dei laziali) dove la domenica, di buon mattino, converranno intere famiglie, nonni, genitori e figli, per trovarvi, tutti insieme e singolarmente intesi, un onesto svago:  un business, insomma, ma pure, come quando si parla di calcio e di stadi capita più spesso di quanto si creda, un’idea di società. Sulla concreta possibilità che tutto questo si realizzi ho qualcosa più di un dubbio, ma, ancora una volta, non è questo il punto. Il punto è che io la domenica (tutta la domenica: perché bisognerebbe mettersi in marcia dopo colazione, e tornare a casa la sera) con questa allegra comunità non la voglio passare. Dicono che per fare il nuovo stadio (sempre che lo facciano) ci vorranno quattro anni. Bene, andrò alla festa d’addio dell’Olimpico. Sarà anche la mia personale festa d’addio allo stadio. Il miglior modo, malinconico ma anche sereno, di andarsene in pensione dopo una vita di onorata militanza. 



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Se si aderisce ad un'eventuale azionarato popolare per arrivare al 10-15 % del capitale di una società, a che serve? Resterebbero comunque i Sensi al comando.
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Sono molto scettico su un eventuale azionariato popolare per la Roma.
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L'avversario più forte mai affrontato in carriera? Gabriel Omar Batistuta.
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Julio Cesar Clement Baptista, nell'ultima partita col Siena, ha dimostrato più di una volta di essere un corpo estraneo alla Roma. Ranieri, in conferenza stampa, ha preso le distanze anche da Cicinho, sostenendo che preferisce giocatori di peso in difesa.
Max Leggeri, Tele Radio Stereo


Ho trovato di scarso gusto dire che con questa presidenza rimarrà sempre De Rossi. È come dire che si è stati bravi a tenere a Roma Baptista e Cicinho.
Stefano Petrucci, Tele Radio Stereo


Io sono scettico sull'azionariato popolare. Non per le personalità coinvolte, ma perché in Italia non siamo ancora pronti a questo genere di operazioni.
Federico Nisii, Rete Sport


Sento che già sarebbero partite le trattative per il prolungamento di Ranieri fino al 2014. Io, sinceramente, penso che sia ancora troppo prematuro.
Patrick Vom Bruck, Centro Suono Sport


Ha ragione Mourinho. La formula di questa Coppa Italia è davvero strana. È come giocare il primo tempo di una partita e poi tornare a casa per l'intervallo.
Flavio Grasselli, Centro Suono Sport

 

 

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