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Antonello Colonna
| Manfridi, un Ago nel cuore |
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| Mercoledì 08 Settembre 2010 12:54 |
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TONINO CAGNUCCI La cosa bella è che la Roma ha ciò che si merita. Questa è l’impressione che un romanista ha dopo uno spettacolo di Giuseppe Manfridi. Finalmente un trattamento adeguato a tutti i sentimenti scoscesi, a tutte quelle incomunicabilità col resto del mondo - sciapo, dei profani - di chi non sa nemmeno immaginare cosa sia la Roma. Con una telefonata a Milano dove c’è sempre una Betty con la ipsilon Manfridi mette in comunione i due mondi: è un garibaldino dell’arte capace di infilare i coturni al dischetto del rigore e tenere in mano una luna sopra al Fontanone.
L’hanno già definito il Woody Allen italiano e l’hanno definito bene; hanno parlato di teatro elisabettiano per l’essenzialità della scenografia ma - scespiriano - lo è di più per la commistione fra l’alto e il basso, per la "condivisibilità" della materia fra platea e palco, perché l’arco di proscenio non può esistere se c’è una Curva a Sud: ieri e l’altro ieri al Gianicolo la quarta parete era una finestra sfondata su Roma. Quanto è passato da qua a là? Quanto di sentimento e ricordi? (Carlo Alberto Carletti e il signor Catenella varranno a breve Rosencratz e Guildstern). Per la scenografia il riferimento è quasi più Brecht e non solo per la scenografia: che capolavoro di straniamento è andare dal figlio in prima fila per ricordargli che il papà sta recitando? E poi Artaud - teatro della crudeltà - fosse solo per il titolo di uno spettacolo che si chiama Roma-Liverpool una delle DIECIPARTITE nate dall’idea di Daniele Lo Monaco, con la delicata regia di Stefano Sparapano, ma che delle migliaia giocate dalla Roma è l’unica. |
| Ultimo aggiornamento Mercoledì 08 Settembre 2010 13:14 |

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