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Antonello Colonna

lo chef "Romanista"

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L’ultimo gol di Bati con noi PDF Stampa E-mail
Domenica 05 Febbraio 2012 11:16

MASSIMO IZZI

Che barba questa neve, le strade di Roma finiscono per assomigliare a quelle di Milano, il che, senza offesa per nessuno, non è esattamente un complimento. Milano è triste, perennemente immusonita. Persino per il concerto di Paul Mccartney, il 27 novembre, non ho fatto altro che vedere facce incazzate. «Ahopenavo tra me e me – ma viene uno dei Beatles e non siete manco contenti?». Poi guardavo il paesaggio lunare, avvolto dalla nebbia, del Forum d’Assago, una sorta di carcere Spielberg antelitteram e capivo tutto.

Alcuni simboli romanisti sono finiti a Milano, quasi tutti si sono intristiti, sciolti in una malinconia avvolgente. Ricordate Batistuta? L’ultimo Roma–Inter con la casacca della Roma lo disputò il 16 novembre 2002. Non era più, da tempo, il Re Leone, lo testimoniava anche l’anonimo “33” scelto come numero di maglia. D’accordo, “33” in omaggio alle sue primavere in quel momento, ma quel numero faceva tanto “visita del dottore, con termometro e lingua tirata fuori”. Ebbene la lingua di Bati era veramente a terra, da più di un anno: infortuni, scelte tecniche, scampoli di gara. Eppure, quel 16 novembre, vedendo le casacche nerazzurre inventò il suo ultimo ruggito, ricordate? L’azione partì da Gianni Guigou, uno che si era specializzato nel far andare
fuori dai gangheri Fabio Capello: «Ma proprio a me – gridava il tecnico di Pierisdoveva capitare l’unico uruguagio che non mena?». Gianni Guigou l’unico uruguagio che non picchia, al 27’ di Roma–Inter, sul risultato di 1-1, fece partire un traversone dalla fascia sinistra. Un traversone lungo, infinito, Bati, di prepotenza s’infilò tra due giocatori dell’Inter e al volo, di piatto destro fece secco Toldo. Un gol fantastico, in puro stile da uomo della pampa. La festa andò di traverso a un minuto dalla fine, colpa di un calcio d’angolo inesistente concesso da Racalbuto e di un colpo di testa del solito carneade, tale Okan. L’ultimo gol in A con la maglia della Roma, a quanto pare, conquistò Moratti, che non aveva mai digerito di ave dovuto alzare bandiera bianca nella trattativa che nel 2000 aveva portato l’argentino a scegliere tra i nerazzurri e la Lupa. Batistuta arrivò dunque a Milano e ce lo trovammo di fronte il 6 aprile 2003 come un pesce d’aprile ormai fuori tempo massimo. Entrò a quattro minuti dalla fine, sostituendo Recoba, vale a dire uno, che ai tempi d’oro non gli avrebbe neanche lucidato gli scarpini. Aveva una fascia nera sulla fronte, come un tennista spompato negli ultimi game di qualche torneo del sottoclou …. tipo Open di Grottaferrata o Internazionali di Crotone. Il risultato era sul 3-3, una gara rocambolesca che aveva visto la Roma recuperare due reti al passivo e colpire un palo nel giro di quattro minuti. Vedendolo entrare, tutti abbiamo pensato la stessa cosa, senza dirla, confortati dal cronometro ….«Beh, mancano solo quattro minuti, cosa vuoi che faccia?». Al minuto 43’ Batistuta colpì il palo, l’ultimo fotogramma davanti alla Roma, un palo che ci evitò una beffa colossale. A proposito di ritorni all’Olimpico da ex, è curiosa anche quella che può raccontare Amedeo Amadei. Era il 28 novembre 1948. Il frascatano era passato ai nerazzurri da poche settimane. L’approdo a Milano era stato un toccasana dal punto di vista economico, dolorosissimo da quello sentimentale. Amadei era romanista fino al midollo, quel giorno, da professionista cercò di calarsi nei panni dell’avversario immarcabile, ma una volta davanti al pubblico dello Stadio Nazionale andò nel pallone. Si emozionò già quando Angelino Cerretti si avvicinò per salutarlo. Amedeo gli appoggiò una mano sulla spalla e sorridendo scambiò qualche parola con lui... Una volta iniziata la gara non toccò palla, vagando smarrito nei pressi dell’area di rigore difesa da Risorti. La Roma quella gara la vinse uno a zero grazie al gol di Pesaola e alla fine Lorenzi, imbestialito, si avvicinò ad Amadei per lamentarsi della sua prova abulica. Non finì l’invettiva perché Andreoli, capitano giallorosso e grande amico di Amadei lo prese letteralmente per il collo: «Lascialo stare!». Ci fu ben più soddisfazione a prendere a pallonate un ex non proprio amato, il 12 febbraio 1995. Si trattava nientemeno che di Ottavio Bianchi, il Mister che ha tentato per decenni di spiegare a se stesso cosa ci fosse di professionale nel negare al pubblico di vedere Bruno Conti in campo, in almeno una delle gare del suo ultimo torneo di serie A. Quel giorno Bianchi (molto prima di quel simpaticone di Mourinho fu lui a brevettare la moda di lasciare il campo mentre le sue squadre festeggiavano scudetti e coppe), dovette snocciolare con calma tre gol di Abel Balbo. Guidava l’Inter di Bergkamp (ma in campo c’era anche Delvecchio quel giorno), che assomigliava molto al miglior Amleto. Mentre l’olandese volteggia sul palcoscenico, Balbo infila una bombarda su calcio di punizione, quindi raddoppia con un preciso diagonale da fuori area e infine triplica dopo uno splendido duetto con Francesco Totti. E Bianchi? Chi era costui? Meglio molto meglio chiudere con il 3-0 con cui regolammo l’Inter di Bernardini il 4 marzo 1928. Alla fine della gara i tifosi costrinsero Fuffo a indossare la maglia della Roma sopra quella dell’Inter. Come avrebbe cantato Battisti: "Chiamale se vuoiemozioni".

 

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