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Capitan Futuro sarà per sempre


AS ROMA | 24-04-2008 - ore 10:51
DANIELE LO MONACO
Voleva starci lui, doveva starci lui. Invece Barcellona-Manchester Daniele De Rossi l’ha vista a casa, facendo pure accomodare accanto a lui per l’ultima volta i cattivi pensieri di quel rigore che avrebbe potuto dare un senso diverso alla stagione della Roma e magari un’altra accelerata alla sua carriera. E invece quel pallone De Rossi l’ha tirato nella curva dell’Old Trafford invece che nella rete di Van der Sar e chissà quanto e se ha sorriso per il triste destino che l’ha accomunato a Cristiano Ronaldo, evidentemente condizionato anche lui nel calciare (male) il suo rigore ieri sera al Camp Nou. Ma come lo sa Ronaldo, l’ha capito anche De Rossi: la vita, e la carriera, danno sempre un’altra chance. Capiterà anche a De Rossi e con la maglia della Roma. Perché lui qui sta così bene che non ha voluto mai neanche prendere in considerazione l’ipotesi di cambiare squadra e presto, molto presto, forse già entro un paio di settimane se non si complicano le cose per il secondo posto, firmerà il sontuoso contratto che di fatto ufficializzerà ciò che chi lo conosce ha sempre saputo: e cioè che Daniele De Rossi invecchierà con questa maglia e con la fascia da capitano al braccio. Da ricco, peraltro: perché la Roma lo gratificherà con un contratto adeguato alla sua bravura, roba da quattro milioni all’anno più o meno, più premi e prebende varie.
La sua forza mentale è mostruosa e questo gli consente di spostare anche i limiti della forza fisica. Alla Roma sono sbalorditi perché sotto il profilo della esclusiva forza muscolare, Daniele ha dei parametri addirittura inferiori alla media. La sua particolarità è che vive allenamenti e partite con tale intensità da non sentire mai la fatica, così gioca e rende più di quasi tutti i suoi compagni di squadra. Un po’ come capita a Perrotta, un altro non a caso diventato campione del mondo. Della passione per la Roma non c’è neanche poi molto da dire. Chi l’ha visto negli spogliatoi alla fine della sfida col Livorno, dopo il pareggio che ha sancito l’assottigliamento delle possibilità giallorosse in chiave scudetto, adesso ci ride sopra. Perché a ripensarlo affranto sulla panca degli spogliatoi, con dolori di stomaco tali da vedere nel bagno l’unica soluzione possibile a tale carico di sofferenza, viene da sorridere. Lui della Roma è primo tifoso, il primo a esultare dopo un gol, il vero leader. Dopo il gol del pareggio di Diamanti è stato contemporaneamente l’attaccante più pericoloso e il difensore più implacabile, con l’ultima, commovente azione che l’ha visto in chiusura su Tavano in quaranta metri di rincorsa e poi in instancabile ripartenza, fino al triplice fischio che l’ha trafitto al cuore facendolo piombare in ginocchio sul campo e poi con la faccia sul prato, a disperarsi come uomo, come calciatore, come tifoso.
Nei tre anni di Spalletti ha fatto 144 partite con la Roma (100 solo in campionato), restando in piedi anche in presenza di contrattempi fisici che avrebbero fermato un toro. Per dirne una poco nota, proprio recentemente ha giocato qualche partita sopportando un ematoma all’altezza della tibia che gli aveva sformato una gamba. Per lo stesso tipo di infortunio, Gattuso (il combattente per eccellenza) era stato costretto a fermarsi quindici giorni. Daniele no, per non giocare a Daniele bisognerebbe sparare. Perché la cosa che gli piace più fare al mondo è giocare. Prima con sua figlia Gaia, e poi sul campo con la sua Roma. Di ammonizioni ne prende tante, tanto da essere ora in perenne diffida, ma di alzate di testa non ne farà più. Gli è bastato l’incidente mondiale che costò a McBride un sopracciglio e a lui la faccia. Per qualche giorno rimase in un frullatore di tensioni da cui ha saputo uscire con una nuova determinazione. E il destino gli ha dato la possibilità di calciarle via, le sue tensioni, in quel rigore voluto, tirato e segnato nella finale, così che quella coppa del mondo ha potuto lo stesso sentirla sua, nonostante la lunga squalifica.
Adesso Daniele è amato dai suoi compagni (celebri le sue goliardiche prese in giro, come quando attaccò una foto di Vucinic nello spogliatoio dopo il primo gol del montenegrino proprio a sottolineare l’eccezionalità dell’evento) e stimato da tutti gli avversari, giocatori e tifosi. Se ne sono accorti anche gli sponsor che rovesciano sul tavolo del suo procuratore-amico Sergio Berti valanghe di proposte, alla maggior parti delle quali De Rossi dice no. Non certo per snobismo, ma nella convinzione che l’esercizio della sua professione tolga già tanto alla sua famiglia. Quella, meravigliosa, che l’ha cresciuto secondo i sani principi di papà Alberto, e quell’altra, altrettanto bella, che ha costruito Daniele con Tamara. Ora De Rossi è sotto contratto con l’Adidas, ha girato quei simpatici spot autoironici per la banca Unicredit in cui viene ignorato da un passante mentre sorseggia un aperitivo con Pirlo e Materazzi ed è il testimonial italiano di Pringles, l’azienda di patatine che ha nel suo “Dream Team” anche Torres, Henry, Kuyt, Frey, Owen e Lahm. E per Pringles, agli Europei di Austria e Svizzera, Daniele terrà un diario tutto suo direttamente dalla sede del ritiro azzurro. Come si conviene ad una star assoluta.


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