Razzistimai. Non lo siamomaistati e mai lo saremo. Il razzismo non ènelnostroDna. E non potrebbeentrarcineanche con i calcidiTotti. Roma e la Roma non conosconoproprio i confinitrarazze, culture, coloredellapelle, sesso e religioni. Abbiamoconquistatoilmondo, anche se tanto tempo fa, e abbiamovisto, conosciuto, e regnatosutantagente. Siamostatiabituati fin dallanascitadellacittàaigrandilottatorineri del Colosseo, aigrandipugili e agliatletidiogninazionalità. Farcipassare per quelliche non siamoè grave, e meritagrandirisposte e mobilitazioniforti. Oltreaicomunicati. Eravamo per l’omosessualità e per l’amoredigruppoquandoglialtriabitanti del pianetacercavanoancoradiaccendereilfuoco, figuriamoci se cisipuòaccusarediprovincialismi e piccineriemeschine come ilrazzismo.
Cinquantamila euro dimulta e unadiffidachesiazzereràcomunque con la fine del campionato. Èquantocostanoalla Roma i "bu" a Balotelli (soprattutto), certo, ma anchequelli a Constant e a Boateng. La Roma ha presoimmediatamente le distanze, ha condannatogliululati, la posizionerestaquellaespressadaBaldinisubitodopo la partita. Ancheildiggìaveva (naturalmente) stigmatizzatol’episodio, salvo precisarechenelcasodiBalotelli «sitemeva un avversario» e di aver «sentitochiaramente la curvamilanistachegridava "romanobastardo", cheèaltrettantodiscriminante». Vero. Peccatochenelrefertoconsegnato al giudicesportivodellaLegadi A, GianpaoloTosel, del coro "romanobastardo" non cisiatraccia.
San Siro, l’espulsione e un campionatoterminato con unagiornatad’anticipo. Tuttoallespalle. Francesco Totti non siferma, guarda al futuro. Quellodietrol’angolo con la finale diCoppa Italia, ma anchepiù in là, al prossimoanno, ad unastagionenellaqualesorprendereancora. Ieri per ilcapitanoèarrivataunapiccolabuonanotizia, la decisione del giudicesportivochegli ha dato un solo turnodi stop, traduzione: salterà solo l’ormaiininfluente partita didomenica sera con il Napoli, ma potràessercinelprimoatto del prossimocampionato.
È legato a Milano, ilnodoallenatoredella Roma 2014, e non solo perchéildirettoresportivoSabatinièrientrato con un giornodiritardorispettoallasquadra per lavoraresulfrontepanchina. Non suMazzarri, però, che pure restailprincipaleindiziato a succedere ad Andreazzoliallaguidadeigiallorossi. Le parole di De Laurentiisdopo la partita con il Siena («ringrazioMazzarri, lui e ilsuo staff hannofattotanto in questiquattroanni») suonavano come un commiato, ancheperchégiàdamesiiltecnicoavevadatol’impressionedivolerchiudere con la qualificazione in Champions per poi andare a misurarsi in unarealtàdiversa per trovarvinuovistimoli.
Senzagol e senzaEuropa. Finisce con un pareggiodinegazionil’ultimatrasfertastagionaledella Roma, chedopo aver strapazzatoil Milan all’andata, non vaoltre lo 0-0 a San Sirononostante la superioritànumerica per cinquantaminuti. Serviva un miracolo per rientrarenellacorsaquintoposto e adesso non serve piùneanchequello: per prendereparteallaprossimaedizionedell’Europa League la Roma dovràvincere la Coppa Italia. Non vameglio al Milan, cherimandal’aritmetica Champions restando con due puntidivantaggiosullaFiorentina.
In quella Roma lì, la Roma di Luis Enrique, c’eranoRosi, Heinze, Kjaer, Gago e Borini. Che non cisonopiù. C’erano De Rossi e Stekelenburg. Chehannorischiatodi non esserci per esserecedutialtrove e invececisonoancora, ma che non staticonvocati. E c’eranoMarquinho, Taddei e Osvaldo. Chestaserapotrebberoesserci, sì, ma in panchina. Lamela e Pjanicentrarononelsecondo tempo, come ilmiraggioBojan. Persinoquellapanchinaèadessoun’Atlantide, un mondoscomparso, sommerso, in partedimenticato e dadimenticare. C’eranoCurci, Cicinho, José Angel e Simplicio. L’undicesimonomediquellaformazionechestava per dire addio al tiki-takaèilprimodellafila, il primus inter pares, la bandiera. L’unica. Francesco Totti era nell’undiciinizialedi Milan-Roma del 24 marzo 2012 (2-1) - calcisticamente, un’era fa - e c’èancheoggi.